|
Un pittore primitivo nella Danimarca del Rinascimento
di Pierluigi Moressa
Propongo qui un reportage su un’esperienza artistica riscoperta nel corso del XX secolo, grazie ai restauri condotti su alcune chiese nell’isola di Mon. Siamo nella Danimarca sud-orientale. L’isola, connessa da un ponte alla costa orientale dello Siaelland, accoglie una vasta laguna. Con capoluogo Stege, conserva un’impronta non deformata dal turismo; anzi permette il contatto tanto con esperienze d’architettura antica quanto con un paesaggio unico. Le Mons Klint sono alte scogliere di gesso, di un bianco abbagliante, che sorgono a picco sul mare. Al centro di una vasta riserva naturale, da un lato aprono lo sguardo verso azzurre lontananze infinite, dall’altro consentono la visita alla Klinteskoven, la foresta che si stende alle loro spalle, ricca di una flora singolare, tra cui spiccano alquante specie di orchidee selvatiche.
L’isola di Mon è nota anche per la presenza di tombe a tumulo; risalenti al periodo megalitico, datano fra il 4000 e il 1800 a.C. e indicano l’antichissima presenza di insediamenti umani in questa parte d’Europa.
Nell’isola, si notano alcune chiese in pietra calcarea. Bianche risaltano contro il cielo e attestano una vetustà di culto e di fede, datante all’XI secolo. Nel corso del ‘900, fu possibile rintracciare entro le chiese di Mon un ciclo pittorico singolare. Eseguito verosimilmente dalla mano di un solo maestro, circondato forse da pochi aiutanti, risale al secolo XV. La Riforma luterana, che si instaurò nel 1536, proibì ogni culto esteriore che fosse mediato dalle immagini sacre. Gli affreschi nelle chiese di Mon furono, dunque, come tutti gli altri, coperti da una densa mano di calce. Nel corso dei restauri novecenteschi, la rimozione della calce permise di ritrovare intatte le pitture sulle pareti e sulla volta delle chiese; erano state protette dallo strato di polvere che si era disteso su esse, nel tempo, dopo la loro esecuzione e aveva generato un livello difensivo, impedendone la cancellazione.
Il ciclo di Mon appartiene alla mano di un anonimo frescante, arricchito forse da una formazione compiuta in Germania. Clima pacato, pose spontanee, forme spesso stilizzate: gli affreschi del maestro danese ci portano entro il clima agreste e ancora medioevale dell’isola. Assistiamo, perciò, a scene dal sapore arcaico in cui la semplice sintassi del tempo quotidiano con le sue vicende innerva una pietas che trova nel culto domestico il proprio fondamento. Si dice che i dipinti entro le chiese fossero la Biblia pauperum: il libro dei poveri, il solo modo possibile per illustrare le sacre vicende della Bibbia e dei Vangeli agli analfabeti. Proprio a Mon questo racconto diviene l’espressione diretta e spontanea dei tempi della vita e della morte, con atmosfere deprivate dal mistero e innestate nel semplice panorama che quotidianamente agli occhi dei paesani riusciva familiare.
La forma dei dipinti è stilizzata, ma non monotona, l’uso del colore conosce una costanza di toni caldi varianti dal senape al ruggine, dal mattone all’azzurro chiaro: i principali colori che il maestro aveva a disposizione. Il dolce espressionismo dei contadini danesi qui diviene cifra stilistica univoca, che sa rendere la delicata sensibilità, il quieto stupore di fronte a un sacro che sa appartenere anche a questa terra. Viene, perciò, illustrato una connessione che resta sospesa fra il naturale svolgersi della vicenda umana e il mistero racchiuso nell’alto dei cieli. Gli schemi narrativi sono univoci: questo certamente poteva facilitarne la comprensione da parte di tutti. La natività vede Maria occuparsi con premura del Bambino, mentre Giuseppe assaggia la zuppa di farro, che è intento a mescolare. L’anima nera di Giuda, disperato e suicida, è raffigurata come un diavolo che esce dal suo corpo, mentre i cortei di uomini e donne si distinguono fra eletti e dannati e sono descritti senza la disperazione del nostro Medioevo, che fu affine nei sentimenti a quello germanico e alle forme cultuali spagnole. I diavoli appaiono neri come il male, spaventosi a minacciare il genere umano, ma la mano provvida di Maria saprà trattenere la bilancia che pesa le anime nel giorno del Giudizio, per farla pendere dalla parte della salvezza, accrescendo il peso del giusto e delle sue opere buone. Il Rinascimento di quest’isola danese è ancora intriso di spirito arcaico e di questo sa conservare le attitudini naturalistiche, che nessun cambiamento sarebbe riuscito per lungo tempo a modificare, neppure la Riforma luterana, che, togliendo valore alle opere compiute, lasciava il destino dell’uomo alla predestinazione divina verso la condanna o la salvezza.
Gli edifici di culto in cui il pittore lavorò vanno cercati con attenzione lungo l’isola di Mon; la chiesa nel villaggio di Elmelunde ha dato il nome al maestro. Qui, come nella chiesa di Keldby e in quella di Fanefjord, le pareti e le volte sono intrise dei semplici colori distesi dall’artista e del suo linguaggio primitivo e insieme efficace.
La quiete dei prati e una lieve risacca di mare compongono il clima adatto ad apprezzare la poesia degli affreschi, il suo sentore mistico di lauda medioevale, la vitalità dei volti e dei corpi, che paiono appartenere a villici sottratti per un istante al lavoro dei campi, richiamati mentre erano diretti al mulino o appena usciti dall’osteria. A Mon va in scena una favola, che continuerà a parlarci di un segmento di storia lontano, mentre continua a offrire il volto intimo e tenero di un giorno senza fine, lungo come la vita dell’uomo.
|
Reportage fotografico
Scogliere dell'isola di Mon
Panorama dell'isola di Mon
Una tomba a tumulo
La chiesa di Fanefjord
Gli affreschi
Probabile autoritratto reso in forma ironica
|