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di Pierluigi Moressa
Lo stupore e la meraviglia: storia dell’architetto Sinan e di Solimano il Magnifico
Il profilo di Istanbul, per chi arriva dal mare, è subito chiaro e inconfondibile; meglio giungervi al tramonto, per cogliere nell’orizzonte punteggiato di case e palazzi la sagoma delle moschee. E subito l’azzurro dorato del sole si allunga sui colori del Bosforo, fino a innalzarsi sugli edifici e riflettere, col mutevole gioco delle onde, il senso infinito delle costruzioni sacre. Da questo punto di osservazione, la grande Istanbul pare ancora trattenere l’antico fascino e il mistero di Costantinopoli, come se la storia intendesse rivendicare il tempo di una grandezza destinata a propagarsi attraverso i secoli e le generazioni. Così, l’eco della fine cui andò incontro l’impero bizantino (29 maggio 1453) risuona nel silenzio che si diffonde presso le solitarie mura teodosiane, ultimo baluardo cristiano contro l’irrompere degli Ottomani. Solo il vento si frange ormai contro i grandi argini di pietra, che seppero resistere per secoli interi alle orde di barbari e sui quali ora, solo con rischio e fatica, si riesce a salire per ripide scalee.
Mi ha colpito a Istanbul la vicenda di un architetto: Mimar Sinan (1489-1578), il protagonista del Rinascimento ottomano. A lui Solimano (1495-1566), il sultano noto in Oriente come il Legislatore e in Occidente come il Grande o il Magnifico, commissionò numerose opere; pare fossero 334 gli edifici religiosi e profani che l’architetto realizzò. Aveva un rovello Sinan: impostare la cupola principale delle moschee, eguagliando il modello di S. Sofia; pare che riuscisse a ottenere un risultato degno dell’edificio di culto maggiore nella capitale con la Selimiye ad Adrianopoli, oggi Edirne.
E’ delizioso scoprire la geniale soluzione trovata da Sinan per la Rustem Pasha Camii, piccola moschea eretta nei pressi del Bazar delle spezie, su commissione di Rustem Pasha, genero e gran visir di Solimano. Siamo nel 1561: l’edificio si innalza, unico nel suo genere, sopra il porticato che copre gli empori e le botteghe, gli spazi mercantili e i magazzini; ed è una scoperta che sorprende e affascina, consentendo un luogo improvviso e inatteso riservato al sacro e al silenzio sopra il bazar vociante e i suoi stretti passaggi.
La firma che Sinan imprime alla sua opera è visibile nella solennità della Suleymaniye Camii, la moschea di Solimano il Magnifico, presso la quale il sultano chiese fosse costruito il mausoleo in cui egli tuttora riposa. A breve distanza è anche la tomba dell’architetto, innalzata entro il giardino della sua casa. La Suleymaniye esprime la grandezza artistica dell’impero ottomano, noto soprattutto per la potenza militare; così, Solimano intese sottolineare la reale grandezza del suo regno, espressa da un’opera concepita in tempo di pace: segno della riverenza dovuta all’Islam, eguaglianza dei progetti orientali con quelli di un Occidente, che già aveva conosciuto la temperie del Rinascimento. La moschea venne eretta, come era tradizione, in sette anni: tra il 1550 e il 1557; la sala di preghiera è già annunciata nella sua vastità dal portico aperto all’esterno sul cortile. Su questo si notano 24 colonne antiche; provengono dall’Ippodromo romano della città. Presso la moschea e a breve distanza dalla tomba di Solimano, è il mausoleo di Roxelana (Khurrem Sultan); piccolo e raffinato, a pianta ottagonale, accoglie la tomba della donna di origine slava, che fu la legittima sposa del sultano, prima dell’epoca in cui la consuetudine dell’harem si diffuse. “Donna di nation Rossa [russa], giovane non bella, ma grassiada [graziosa]…”, così la descriveva l’ambasciatore veneziano; Roxelana ebbe grande influsso su Solimano a cui diede tre figli, uno dei quali fu il suo successore: Selim II, dopo l’uccisione, comandata dallo stesso Solimano, del legittimo erede: Mustafà, nato da una precedente relazione.
Memorie dolorose risuonano presso un’altra moschea progettata da Sinan: la Sehzade Camii. Eretta nel 1543 per ordine di Solimano, ricorda il figlio primogenito del sultano: Sehzade Mehmet, morto di vaiolo a soli 21 anni. Solimano vegliò il corpo del figlio per tre giorni e tre notti; poi ne consentì la sepoltura. Sehzade Mehmet riposa nel mausoleo accanto alla moschea che ancora ne ricorda il nome: spazio di un’inquieta e mutevole creazione che ha costellato l’edificio sacro di cupole e torrette, luogo raccolto per la preghiera nel cuore di un quartiere dalla moderna vocazione che a Istanbul è cara.
A pochi metri dalla moschea sorgono le imponenti vestigia dell’acquedotto di Valente, manufatto di età romana promosso da Adriano imperatore. Scorre turbolento il traffico accanto alla moschea del giovane Mehmet, sfrecciano le auto sotto le arcate del falcone grigio (Bozdogan Kemeri, il nome turco dell’acquedotto romano), mentre la potenza militare di Solimano è un ricordo appena offuscato, certamente coperto dai progetti contemporanei che guardano all’Europa come un continente cui appartenere, non più da combattere o conquistare. In questa sintesi di antico e moderno, di sacro e profano sta l’anima di Istanbul: inebriante spirito destinato a infondere senza fine in chi la scopre i segni dello stupore, l’incanto della meraviglia.
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Reportage fotografico
L'arrivo a Istanbul dal mare
Un'immagine di Santa Sofia
Un'immagine della moschea di Solimano il Magnifico
Resti delle mura Teodesiane e del Palazzo Imperiale Bizantino
Un'immagine della moschea costruita per Sehzade Mehmet
Cortile della moschea per Shezade Mehmet
L'acquedotto di Valente
L'incanto e la meraviglia - Vista dalla Torre di Galata
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